L'inconscio e le sue infinite sfaccettature. di Silvia Lazzari.

 

Inconscio, letteralmente ciò che non è cosciente. L’ipotesi della presenza di aspetti o processi al di fuori della consapevolezza è frutto di intuizioni antiche; già nella filosofia greca sono presenti alcuni riferimenti, ma solo molti secoli più avanti verranno proposte delle letture del comportamento umano che ipotizzano la presenza di una dimensione inconscia. Hobbes, Spinoza e Leibniz prima, Schopenhauer, dopo, apriranno la porta alle interpretazione moderne circa i rapporti tra coscienza ed inconscio, fino ad arrivare alla psicoanalisi.

Il concetto di inconscio è uno dei più complessi ed affascinanti della teoria psicoanalitica; a ragione esso può essere considerato uno dei punti cardine di tutto l’impianto psicoanalitico. Attualmente viene usato in ambiti molto differenti dal contesto originario; entrato nel linguaggio comune si è diffuso modificando e diluendo i suoi significati così che oggi si ritrova a designare concetti piuttosto differenti tra loro. Anche nell’ambito stesso della psicologia dinamica e della psicoanalisi ogni autore ha fornito una propria lettura ed interpretazione creando confusione, equivoci e difficoltà di comunicazione ma nello stesso tempo anche grande ricchezza e fertilità nella diversità dei punti di vista proposti.

FREUD: un punto di vista rivoluzionario

Il temine non fu coniato da Freud anche se allo studioso austriaco si deve sicuramente il merito di aver elaborato un sistema teorico del funzionamento psichico in cui l’inconscio assume un ruolo centrale e dominante. Centralità che rompe, agli inizi del secolo scorso, il paradigma che vedeva la ragione e la coscienza cardini fondamentali nella vita e nella società del tempo. Un impatto rivoluzionario che, a cavallo fra fine ottocento e primi novecento, mette in luce quanto i comportamenti umani siano determinati da motivazioni di cui l’individuo stesso non ha coscienza oppure una consapevolezza solo parziale.

I maestri del “padre della psicoanalisi” sono scienziati e filosofi come Schopenhauer e Nietzsche ma tra gli ispiratori del suo pensiero si trovano anche scrittori e poeti come Schiller, Goethe e Shakespeare. Freud era un uomo di grande sapere scientifico e letterario, conoscitore e amante della cultura classica, quella greca soprattutto, e ha attinto a quella saggezza antica che ancora oggi sconcerta per la sua modernità.

Egli ha utilizzato il termine sostanzialmente in due modi; in un caso inconscio è di fatto sinonimo di non consapevole, nell’altro si intende invece un sistema, l’Inconscio, che insieme al Preconscio e al Conscio, forma la psiche umana. L’Inconscio come sistema è costituito da tutti quei desideri infantili ai quali, in alcune fasi della vita, era consentito arrivare ad una scarica e al relativo soddisfacimento, ma che a causa della censura non possono più, in fasi successive, trovare una via diretta al soddisfacimento. Tali desideri hanno una loro sede nell’inconscio perché sono incompatibili con la vita adulta e la loro espressione diretta creerebbe un conflitto e il conseguente emergere di ansia o angoscia e dunque di sentimenti spiacevoli.

 

JUNG: il saggio di Kusnacht

In contemporanea un altro grande erudito ha creato un suo impianto teorico dove l’inconscio assume significati molto differenti da quelli freudiani: Carl Gustav Jung. Se in un primo momento quest’ultimo si sentì vicino a Freud e alle sue formulazioni, in seguito se ne discostò sempre più ampiamente fino a costruire un corpus teorico profondamente diverso da quello originario. Jung rimase molto colpito dalla sua esperienza di lavoro con pazienti psicotici e dall’emergere nei loro sogni, nei deliri e nelle allucinazioni di simboli universali, tanto da supporre l’esistenza di qualcosa di molto diverso da quell’inconscio inteso come materiale rimosso della concezione freudiana. A fianco di un inconscio personale Jung ipotizza la presenza di un inconscio collettivo, sede di immagini primordiali ed universali, gli archetipi. L’inconscio collettivo si colloca al di là degli individui e dell’esperienza personale; una dimensione a-personale che sembra godere di una propria autonomia rispetto ai soggetti attraverso i quali si manifesta. Gli archetipi, secondo Jung sono in genere latenti e inconsci ma si rivelano alla coscienza attraverso immagini archetipiche nei sogni, nelle fantasie, ma anche nei miti. Essi sono anche centri di energia psichica, in possesso di una qualità “numinosa” vitale e compaiono in occasioni di particolari momenti della vita e dell’evoluzione psichica individuale. Le intuizioni junghiane trovano la loro ispirazione non solo nella tradizione classica latina e greca ma anche nella filosofia romantica dell’ottocento. Jung era uno studioso e le sue ampie letture hanno spaziato dalla teologia all’etnologia fino alla mistica; fu un appassionato di discipline orientali, di buddismo, di astrologia nella cui simbologia ravvisava significati e connessioni con il principio di “sincronicità” che approfondì soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita.

Molti sono gli autori che hanno fornito il loro apporto, arricchendo con il loro studio e con le loro intuizioni le formulazioni dei capiscuola oppure creando altre scuole di pensiero; tra i più conosciuti Alfred Adler, contemporaneo di Freud e Jung ma anche Melanie Klein o Jacques Lacan nella seconda metà del secolo scorso. 

SANDLER: innovatore silenzioso

Un autore poco conosciuto anche nel mondo psicoanalitico, nonostante la sua lettura dell’inconscio sia originale ed innovativa, è Joseph Sandler. Medico e psicoanalista inglese, artefice della cosiddetta “quiet revolution” si può considerare un ricercatore ed un innovatore all’interno della clinica psicoanalista di fine secolo scorso. Sandler offre una formulazione dove mette in rilevo la presenza di un inconscio passato e di un inconscio presente. L’inconscio passato può sostanzialmente essere considerato “il bambino dentro l’adulto”; frutto delle esperienze dei primi anni di  vita e consiste di fantasie inconsce, modalità difensive ma anche modi di pensare ed interpretare la realtà tipici del bambino nei primi cinque, sei anni di vita. Questa parte non è direttamente conoscibile ma, nonostante non sia più accessibile alla coscienza, non viene mai perduta. I contenuti dell’inconscio passato continuano a vivere nell’adulto e si esprimono in modo indiretto attraverso quelli che possono essere considerati tratti di carattere o modalità di porsi in relazione, nella vita quotidiana e nei rapporti interpersonali. L’inconscio personale invece è orientato verso il raggiungimento di un equilibrio che si mantiene nel presente e deve conciliare una serie di istanze, desideri, bisogni molto differenti tra loro, spesso in conflitto. Esso è costituito di pensieri, fantasie, modalità difensive che sono potenzialmente accessibili alla coscienza ma sottoposti ad una censura perché possono causare sentimenti di vergogna, imbarazzo o umiliazione.

 

NEUROSCIENZE; una nuova prospettiva

Gli studi compiuti negli ultimi trent’anni grazie alle nuove tecniche di neuroimagin che permettono di “visualizzare” l’attività cerebrale, hanno offerto anche alla psicologia e alla psicoanalisi spunti di straordinario interesse. Gli studi hanno messo in evidenza il fatto che il nostro cervello compie una miriade di operazioni senza che ne abbiamo consapevolezza. Le neuroscienze inoltre hanno anche rilevato presenza di una memoria implicita, procedurale, diversa da quella passibile di ricordo e verbalizzabile. Questo permette di avvallare il dato che le esperienze dei primi anni di vita siano depositate in questa forma di memoria, non accessibili direttamente alla coscienza, ma comunque disponibili in forma di procedure, modalità che compiamo senza che siamo consapevoli di tutti i passaggi del nostro agire. Questo è vero per molte attività come per esempio guidare o scrivere.

 

Se dovessimo essere consapevoli di tutto quello che facciamo, percepiamo, di tutte le infinite, sfumate sollecitazioni che arrivano dal nostro mondo interno o da quello esterno, non potremmo sopravvivere. La nostra coscienza sarebbe sopraffatta e ne rimarremmo paralizzati. L’inconscio è quindi, sia dal punto di vista individuale sia dal punto di vista evolutivo e della specie, assolutamente necessario.

La coscienza, in un certo senso è un lusso, anche se di certo allargare il nostro campo di consapevolezza, fare luce sul nostro mondo interno e sulle motivazioni o i desideri che ci spingono ad agire in un certo modo piuttosto che in un altro, può essere considerato un passo essenziale verso una maggiore libertà individuale.